Intervista a Marco Balich. Share

Interview by Simona FINESSI | Luca MOLINARI
Ph. Luca PARISSE

Incontriamo Marco Balich nella sua fucina creativa nel cuore di Milano e siamo immediatamente catturati dall’intensità del suo approccio al lavoro e dalla qualità dei professionisti che lo circondano. Volendo parlare liberamente della relazione tra investimenti e grandi progetti ci è sembrato interessante cercare il creatore di spettacoli che coinvolgono ogni volta centinaia di creativi e miliardi di persone. Anche questo per noi è progetto e, non è un caso che proprio nell’anno appena trascorso Balich abbia vinto il Compasso d’Oro per la Cerimonia Olimpica dei Giochi di Rio de Janeiro.

SF
Si comincia dal futuro. Dallo spettacolo che inaugurerà tra pochi giorni a Roma e che rappresenta l’ennesima sfida ai luoghi comuni e alla cultura generalista.
MB
Lo show “Giudizio Universale. Michelangelo and the secrets of the Sistine Chapel” che aprirà a Roma il 15 marzo è una grande sfida. È una sfida in cui abbiamo fatto confluire tutto il know how che abbiamo acquisito in più di 20 Cerimonie Olimpiche. La Cerimonia Olimpica è lo show live più complesso e importante al mondo: quella di apertura di Rio è stata vista da più di 3 miliardi di persone – per fare un paragone, gli spettatori della finale dei mondiali di calcio sono 1,7 miliardi e gli Oscar arrivano a 180 milioni – e per questi eventi usiamo le luci, le proiezioni, le tecnologie più pazzesche del mondo. In alcuni casi siamo stati i primi a testare gli ultimi strumenti hi-tech delle più grandi aziende del settore. Questa sfida ha un nome: Artainment. È il nome della società che abbiamo fondato per produrre “Giudizio Universale” e il nome di un nuovo formato di intrattenimento dal vivo in cui arte e intrattenimento si uniscono in un mix inedito: raccontiamo la genesi di un capolavoro dell’arte mondiale utilizzando tecniche sofisticatissime, proiezioni immersive e live performance. Chi verrà a vedere lo spettacolo si troverà letteralmente al centro di qualcosa di unico: 270° di proiezioni alla più alta definizione disponibile, coreografie che non conoscono il confine del palco, un potentissimo tema musicale scritto da Sting… Sono padre di 4 figli che vivono passando da un Superman a un Batman, appartengono a una generazione difficile da sorprendere, a cui non vengono dati gli stimoli per scoprire quanto siano emozionanti opere d’arte come gli affreschi della Cappella Sistina. La nostra idea, quindi, è quella di usare linguaggi e tecnologie capaci di emozionare le giovani generazioni rispetto a un capolavoro. È una cosa che a noi italiani può venire molto bene, ne siamo convinti. Ci piacerebbe inaugurare una nuova forma d’arte. L’ultima volta che ci siamo riusciti come italiani è stato con l’Opera. Se ci pensi, anche i momenti più alti del cinema o del teatro italiani non hanno mai raggiunto i picchi di Hollywood o del West-End londinese. Con il nostro team vogliamo provare a fare qualcosa di nuovo e dobbiamo ringraziare prima di tutto un’istituzione importante come i Musei Vaticani che ci ha dato fiducia, validando scientificamente i contenuti del nostro show.

SF
Quindi questo è il primo evento spettacolo di cui voi siete editori a tutti gli effetti?
MB
Sì, per noi è un salto pazzesco e per farlo abbiamo chiesto ai più bravi che abbiamo conosciuto in questi anni di unirsi a noi. Solo per fare qualche nome: Luke Halls, video designer capace di collaborare tanto con la Royal Opera House quanto con Rihanna; le musiche sono di John Metcalfe, produttore di gente come Coldplay e Morrisey, le scenografie sono di Stufish Entertainment Architects, lo studio che ha creato gli ultimi palchi dei tour di U2 e Rolling Stones. La co-regia è di Lulu Helbek e la voce di Michelangelo è di Pierfrancesco Favino Crediamo davvero in questo progetto, tanto da averci investito più di nove milioni di euro. È una grande e bellissima scommessa.

SF
Trovo molto interessante il passaggio da creatore di eventi per una committenza a una produzione tua, come editore. Lo trovo significativo, perché è una produzione in cui rischi di più a livello imprenditoriale, ma è anche una crescita personale, perché ti trovi in una veste diversa; quando sposti l’asticella hai sempre voglia di superare il tuo limite ed il format dell’Artainment, non ha precedenti e apre un mondo completamente diverso.
MB
È veramente una grande sfida. Siamo davvero entusiasti di questo lavoro sulla Cappella Sistina e della collaborazione con i Musei Vaticani. E pensa quante altre possibilità si potrebbero aprire per un modello produttivo come questo di Artainment: Pompei, la Reggia di Caserta e altri siti italiani. Bisogna trovare il giusto equilibrio per coniugare il rispetto per l’opera d’arte e le grandi tecnologie immersive di cui oggi disponiamo. Gli unici che oggi usano al massimo queste tecnologie, ma lo fanno in modo tutto sommato sciocco, sono i grandi parchi tematici americani. La nostra idea è di sfruttarle in un contesto diverso, abbinandole a un contenuto vero, importante. Ci piace pensare che possa essere l’albore di un nuovo filone. Polemiche recenti, come quella se sia giusto o meno celebrare i matrimoni alla Reggia di Caserta, mi sembrano del tutto sterili. Io credo che l’arte si possa e si debba spettacolarizzare. Ovviamente con rispetto. Non mi piace l’atteggiamento dogmatico con cui molti intellettuali filtrano l’avvicinamento alla cultura. Come se si debba per forza essere colti o aver studiato per avvicinarsi alla bellezza dell’arte. Le Cerimonie Olimpiche mi hanno insegnato che la bellezza la puoi portare anche nel più sperduto villaggio dell’Uganda attraverso un televisorino scassato. E cerco di applicare questa lezione a tutto quello che faccio. Per comprendere ed emozionarsi davanti alla bellezza non serve per forza aver studiato arte, basta essere curiosi e mai cinici.

LM
Questa è una prospettiva di come sta cambiando il mondo dello spettacolo. È un momento molto interessante questo e il tuo lavoro si confronta con qualcosa di potentemente contemporaneo, che sono le emozioni. Il mondo sta cambiando, radicalmente, e le emozioni esprimono questa profonda trasformazione, in un modo o nell’altro. Eccitazione, paura, rabbia, gioia, voglia di stare insieme o da soli. Tu col tuo lavoro sei uno di quei personaggi che ha il polso di queste emozioni, in qualche modo le scateni, le indirizzi e le trasformi in qualcosa che tutti possono capire e per cui non servono spiegazioni. Come sta cambiando la voglia di emozioni delle persone?
MB
Il codice delle emozioni, come dici tu, è quello caratterizza di più i nostri lavori. La nostra capacità tutta italiana di attingere all’emotività è stata da subito la cifra che ci ha fatto amare e via via imporre del mondo. Tendenzialmente, prima di noi, il mondo dei grandi eventi era dominato da inglesi e americani da 40 anni. Il nostro arrivo ha completamente sconvolto le carte in tavola. Noi sappiamo ascoltare le esigenze del committente, ma manteniamo il nostro filtro emotivo. Non c’è mai cinismo nelle cose che facciamo, di fronte a un nostro spettacolo, a una nostra cerimonia dobbiamo essere i primi a emozionarci. Se non succede, vuol dire che qualcosa non funziona. Recentemente abbiamo curato l’apertura e la chiusura degli Aimag Games in Turkmenistan, un paese molto difficile che, proprio durante le nostre cerimonie, ha eccezionalmente aperto i social network: anche lì è stato travolgente vedere l’ondata di emozione che si sprigionava dallo stadio Olimpico di Ashgabat. A inizio gennaio abbiamo fatto il nostro primo show in Cina e, anche in un paese culturalmente così lontano da noi, abbiamo potuto verificare che il codice dell’emozione è un linguaggio universale.

LM
Nelle storie c’interessa il grado di universalità, quando una storia funziona, si muove ovunque, al di là dei filtri culturali, il modo di pensare, la religione o la razza. C’è qualcosa che entra dentro tutti. Dire “l’emozione” è troppo facile, perché ci sono tanti elementi, tabù, le mie emozioni non sono quelle di un arabo, di un cinese o di un africano. Quando si progetta una cosa di questo tipo, vuol dire cercare di dare forma visibile a questa universalità, far qualcosa che vedono 3 miliardi e mezzo di persone e che emoziona senza filtri.
MB
Innanzitutto non è mai il lavoro di una persona. A Rio, per le Cerimonie Olimpiche di cui sono stato Executive Producer con CC2016, ho coinvolto il regista nominato all’Oscar Fernando Meirelles, Daniela Thomas e altri esponenti della cultura brasiliana. Loro mi hanno segnalato temi e approcci importanti per la loro cultura e io li ho declinati in forma spettacolare.

LM
D’altronde gli affreschi delle nostre chiese sono stati fatti per gli analfabeti, per insegnare a chiunque, le storie della Bibbia. Il principio è lo stesso, ti deve colpire dentro e senza mediazione. Platform è una rivista che si occupa di progetto contemporaneo, noi siamo molto laici, trasversali, pop, ci divertiamo molto. Questo numero s’intitola MONEY, che è una delle condizioni necessarie; senza il capitale non c’è progetto, a qualsiasi livello. Per la copertina abbiamo pensato a te perché i tuoi progetti sono resi possibili dal fatto che c’è una dimensione finanziaria molto consapevole, precisa, strumentale e chiara. Qual è la relazione tra progetto e denaro?

MB
È vero, noi facciamo gli show più costosi al mondo. Lo show olimpico è il più visto al mondo, quello con più cast e anche il più costoso. In quale altro settore si arriva a budget di 50-60 milioni per fare due spettacoli in uno stadio? È un grande privilegio, ma anche una enorme responsabilità, che devi volerti e saperti prendere. Ai tempi di Torino 2006 ero andato a parlare con tutti i registi importanti italiani di opera, teatro, televisione e tutti mi dicevano “Mah, le Olimpiadi? Magari mi brucio…” e io dicevo “Ma quando mai hai avuto un budget del genere per fare una celebrazione così?”. A un certo punto, visto che non voleva farlo nessuno, ho deciso di buttarmi io. E ho composto una squadra. Ho chiamato Doug Jack, l’uomo che ha inventato le coreografie di massa, e abbiamo creato un grande sciatore con 1000 persone che facevano le gambe e 2000 persone che componevano il busto. Poi ho chiamato Mark Fisher, che era il mio eroe di quando lavoravo nei concerti: ha disegnato tutte le scenografie dei Pink Floyd. Poi Ric Birch, che aveva lavorato alle cerimonie di Barcellona, Sidney e Los Angeles: ora è in pensione, ma è stato un po’ il mio mentore. È stata un’esperienza pazzesca. Io ero il più giovane di tutti e li dovevo guidare, ma dovevo anche ascoltarli, assorbire dalla loro esperienza. Per creare una cosa così grande non ci deve essere protagonismo. Non credo nei one-man-band, credo fermamente nel “noi”. Dopo Torino 2006 potevo mettermi a fare il primo della classe in Italia. Ma non è da me. Volevo subito rilanciare, uscire dai confini nazionali. Tra la comodità dell’essere il primo in un campionato di serie B e il rischio di essere l’ultimo in serie A non ho mai avuto dubbi: scelgo il rischio. Le cerimonie di Rio hanno avuto un budget di meno di 70 milioni di euro. Si veniva dai 160 di Londra e i 280 di Beijing, ma dovevamo mantenere uno standard di qualità altissimo. È stata una faticaccia, ma ci siamo riusciti. Lo so, ci sono tanti che dicono “Con tutti questi soldi sono bravi tutti, non sarebbe meglio fare delle scuole, degli ospedali?”. Io rispondo sempre con un aneddoto. Quando ho fatto le celebrazioni per il Bicentenario del Messico, nel 2010, avevamo 55 milioni di dollari di budget. In quello stesso periodo lo stato messicano aveva comprato 30-40 carri armati, ognuno costava 3-4 milioni. Noi con il costo di 10 carri armati abbiamo celebrato l’identità del Paese, che vuol dire innaffiare di orgoglio le giovani generazioni, aiutarle a guardare il futuro in modo diverso. I soldi sono molto importanti, non bisogna prenderli con snobismo. Se fai l’autore, devi essere anche un po’ imprenditore, un po’ visionario, un po’ capo famiglia, un po’ motivatore, devi riuscire a tenere tutto insieme.

LM
Per noi è interessante il progetto dell’emozione. In una grande mostra, come in uno spettacolo, ti giochi tutto in un tempo brevissimo. In un evento come il tuo in pochi minuti, in una mostra in tre mesi, però il principio è lo stesso. Il tempo è una variante e tu hai a che fare con questo senso d’impermanenza, del fatto che tu fai qualcosa perché svanisca. È una maratona, alla fine, non è una corsa dei 100 metri. In questo caso tu hai ripensato un lavoro, ti sei reinventato un mestiere, questa cosa ha tante varianti, tanti precedenti, però tu l’hai proprio modificato, l’hai cambiato. Allora cosa vuol dire progettare un fenomeno di questo tipo?
MB
Guardo a storie meravigliose come la nascita della Pixar, ho come riferimenti grandi artigiani con lo “shining” dell’intuizione come George Lucas. Mi piacciono quelli che percepiscono qualcosa di interessante che gli succede intorno e si impegnano per far crescere quel qualcosa, tenendo il timone saldo verso la meta che vogliono raggiungere. Mi fido delle “intuizioni felici” e lavoro per realizzarle, grazie a una squadra solida di grandi talenti, a cominciare da Gianmaria Serra e Simone Merico i due soci con cui sono nate Balich Worldwide Shows e WS Corp, la holding che raggruppa sei società specializzate in intrattenimento dal vivo. Il lavoro in team è importantissimo per me, scappo dall’insidia del narcisismo.

LM
Come funziona la macchina del tuo studio, siete, di fatto, una piccola industria.
MB
Siamo 150 persone in tutto il gruppo. Diventeremo più di 200 entro l’estate. Nel 2017 WS Corp ha avuto un fatturato di 100 milioni di euro. Siamo in una fase di evoluzione acceleratissima. Abbiamo appena realizzato il nostro primo show in Cina e stiamo lavorando per ritagliarci uno spazio nel mondo degli show permanenti. Dopo l’esordio di “Giudizio Universale” a Roma con Artainment Worldwide Shows, speriamo di poter presto annunciare anche una produzione a lunga tenitura in Asia di Balich Worldwide Shows. Vogliamo giocare anche in altri campionati e il primo terreno su cui abbiamo deciso di buttarci è quello degli show permanenti. Per i prossimi 4 anni la sfida sarà quella. Saremo di nuovo gli ultimi arrivati e questa è la parte divertente. Nel mondo dei grandi eventi e delle grandi cerimonie ormai siamo arrivati al massimo. Siamo tra i top player.

SF
Ma ve la giocate più sul concept oppure sulla richiesta economica?
MB
Una gara per aggiudicarsi la produzione di una Cerimonia Olimpica è un processo molto complesso e lungo, ci vogliono due anni. Vengono presi in considerazioni tantissimi fattori. Il Comitato Olimpico valuta la tua organizzazione, la tua storia, la tua prima idea creativa. Poi si comincia a scendere più nello specifico capendo come hai intenzione di spendere il budget, quali temi proponi di affrontare, che plot pensi di costruire, quale squadra metterai insieme per il tuo progetto. Si passa attraverso diverse fasi di selezione fino alla scelta finale. Entro l’estate sapremo se saremo noi, con un importante partner giapponese, ad occuparci delle cerimonie di Tokyo 2020. Una volta che si vince una gara, si attiva una macchina creativa e organizzativa complessissima che cresce di mese in mese in modo esponenziale. A Rio, eravamo uno squadrone: 970 persone di ogni nazionalità. Immagina quanto complicati sono logistica, trasporti, catering, solo per fare qualche esempio. È necessario costruire una struttura organizzativa efficientissima.

LM
Noi italiani abbiamo una tradizione di artigianalità straordinaria. Ogni volta che penso all’emozione del fare, penso alla saliera che Benvenuto Cellini aveva fatto per l’imperatore d’Austria, larga appena 35 cm, ci ha messo 15 anni a farla e ancora adesso il mondo ne parla. Noi produciamo emozioni a qualsiasi scala, però sono tutti progetti, profondamente scientifici. L’idea che le emozioni non hanno progetto è una stupidaggine. La forza italiana è la capacità di trasformare gli stati d’animo in un progetto con una qualità al millimetro. I veri artigiani sono quelli che poi si arrabbiano se la misura non torna. L’ossessione della precisione fa la grandezza del progetto.
MB
Quando sono stato scelto come Direttore Artistico di Padiglione Italia a Expo 2015 ho conosciuto Renzo Piano, che mi ha detto una cosa illuminante. Parlavamo dell’Italia e lui mi ha detto: “Per come è posizionata geograficamente, l’Italia è un girarrosto, è una sorta di kebap che gira e prende gli odori della Germania, del Levante, della Francia, del Mediterraneo e li mischia, li tiene tutti insieme”. Mi ha colpito moltissimo questa immagine, e da lì è nata l’idea di mettere dentro il padiglione un plastico del mondo in cui non c’era l’Italia, era una provocazione per dimostrare che vuoto enorme l’assenza del nostro paese lascerebbe nel mondo.