The great dutch wave. Winy Maas – MVRDV

Incontriamo Winy Maas, uno dei fondatori di MVRDV, presso la sede del nuovo studio di Rotterdam.
Un vero laboratorio al piano terra di un edificio anni Cinquanta progettato da Hugh Maaskant, uno degli eroi della ricostruzione della città, a poche centinaia di metri dal Markthal, l’ultimo nato dello studio olandese che in meno di un anno ha polverizzato ogni record con più di 9 milioni di visitatori.
Fondato nel 1993 da Maas, Jacob Van Rijs e Nathalie De Vries, MVRDV è uno degli studi più interessanti e sperimentali nati dalla grande onda olandese di fine secolo, ma soprattutto è una delle realtà che meglio ha saputo ripensarsi lungo gli anni producendo opere e scritti capaci di stupire e attivare cortocircuiti necessari all’avanzamento del dibattito contemporaneo.
Abbiamo deciso di concentrarci con lui sulle questioni urbane che rappresentano il cuore e il motore del loro lavoro.

Luca Molinari
Le città e la metropoli contemporanea sono sempre state una magnifica ossessione nel lavoro tuo e di MVRDV. Io credo che tutto questo sia in parte legato a uno specifico momento culturale dove OMA, in particolare, e una parte rilevante della cultura architettonica olandese si erano concentrate fortemente su questo tema. Puoi darci una lettura dell’evoluzione di questa ricerca dagli anni Novanta a oggi?
Winy Maas
La popolazione delle metropoli è cresciuta massicciamente negli ultimi due secoli e anche adesso non sembra conoscere sosta soprattutto nei Paesi emergenti, e questo ci riguarda. Non siamo ancora completamente preparati a fronteggiare questa condizione e ancora di più dobbiamo rispondere a una crescente domanda sociale ed economica di maggiori spazi che non rallenterà per almeno sessant’anni.
Avremo sempre più a che fare con il tema della grande scala, con una densità crescente e un incremento delle relazioni che imporranno nuove strategie d’azione. Dopo Farmax, il libro che abbiamo pubblicato nel 1998 sulla metropoli contemporanea, sono emersi negli ultimi anni altri fattori determinanti: l’emergere potente di una “agenda verde” che sta portando a una domanda di più spazi aperti nella città. Creare più campagna urbana vuole dire imparare a gestire una diversa densificazione, e insieme studiare come gestire le risorse d’acqua ed energia necessarie a mantenerle. Il secondo aspetto riguarda l’agenda sociale delle nuove metropoli.
In Paesi come Cina e India assistiamo all’emergere di una classe media che chiede più democrazia e partecipazione diretta ai processi di trasformazione e questo comporterà un incremento delle forme di negoziazione e comunicazione proprie del processo urbanistico.
Un ultimo aspetto riguarda il mondo tecnologico. Ai progettisti è richiesto sempre di più di inventare nuove soluzioni che migliorino la qualità dell’ambiente, e questo mi sembra un tema inedito molto stimolante.

LM
Le scale sembrano una vostra fissazione. All’ingresso del vostro studio, di fronte alla nuova stazione di Rotterdam, dentro la TU Delft, come cuore della “book-mountain” ci troviamo di fronte a scalinate di varie dimensioni. Che cosa rappresenta questo elemento per voi?
WM
È semplicemente un elemento che sale con facilità e aiuta a utilizzare la massima densità possibile. Per noi una grande scala piazzata all’esterno, di fianco a un grande palazzo, permette di fare salire la gente in cima sul tetto. Abbiamo applicato questa strategia nel cuore di Rotterdam e ora vorremmo aggredire altri edifici in questo modo. Si tratta di un oggetto umano, bello, piacevole come spazio urbano, un vero luogo tridimensionale in opposizione alla mono-dimensionalità di tante città asiatiche! In fondo abbiamo copiato da Genova.

LM
Negli ultimi otto anni hai messo molte energie in The WHY factory, un Centro Studi autonomo sviluppato con la TU Delft. Puoi raccontarci cosa rappresenta per te e perché credi sia così importante oggi?
WM
Ci sono cose che non si possono fare con un fine commerciale, e questa iniziativa è una di queste. Abbiamo bisogno di uno spazio culturale capace di attivare ricerche libere e speciali di cui abbiamo grande bisogno e che dobbiamo cercare di rendere possibili. Si tratta di progetti legati a una forte idea di collettività, collegate a un corpo pubblico senza vincoli che abbiamo fatto diventare un vero Think-Tank sul futuro delle città. Abbiamo creato così un luogo indipendente capace di attirare aziende interessate a sponsorizzare i nostri progetti, e in questi primi anni abbiamo prodotto pubblicazioni, eventi e workshop che stanno funzionando bene.

LM
Ma credi che questo sia un modo possibile di fare politica oggi?
WM
Se per politica intendi un obbiettivo alto e civile, direi di si. È importante prendere consapevolezza del proprio ruolo pubblico e della responsabilità che abbiamo come architetti.

LM
Sono molto impressionato dal lavoro che state facendo sullo “Sky Garden” di Seoul. Mi vuoi raccontare meglio che strategie avete attivato?
WM
Tutto nasce da un grande politico. Il sindaco di Seoul voleva trasformare il centro della città in un’area verde per creare una migliore qualità ambientale e luoghi più a misura d’uomo.
La maggior parte dello spazio al piano terra era privatizzato e quindi la struttura migliore da cui iniziare è stato il viadotto stradale. Non si tratta di una copia dell’Highline a New York perché noi abbiamo tenuto la struttura nuda, abitata unicamente da elementi rappresentati da tutte le specie vegetali presenti in Corea e ordinate dalla A alla Z!
Una vera biblioteca verde che si svilupperà lungo quest’arteria pedonale, che come una piovra si allargherà al resto della città. Stiamo infatti stimolando alcune realtà private e realizzare altri ponti sospesi che si colleghino ai propri edifici.
Molti dei vasi per le piante saranno così grandi che diventeranno dei veri e propri padiglioni capaci di ospitare funzioni pubbliche come bar, gallerie e biblioteche.

LM
Quali sono le prossime sfide che le metropoli lanceranno ai progettisti?
WM
Il cuore del tema sono i parametri economici e sociali. Abbiamo bisogno di lavorare su di loro e capire come generare condizioni che mettano a sistema nuove forme economiche e produttive.
Un altro elemento importante sarà quello di mettere in contatto le pratiche tradizionali urbane che vengono dall’alto e tutte le esperienze comunitarie che stanno emergendo.
Si tratta di uno sforzo necessario soprattutto nei Paesi emergenti affetti da troppa corruzione e che condizionano le scelte finali. L’architettura può dare forma e bellezza a molti di questi processi che emergono dal basso. L’Urban Guerrilla ha bisogno d’immagini, forme e rappresentazioni che solo l’architettura può oggi generare.